Nel mese di febbraio 2023 è stato pubblicato il testo “Ecologia della mente e sviluppo psichico. La forma aperta”, edito da Mimesis Edizioni, nel quale ci proponiamo di elaborare una teoria dello sviluppo psichico epistemologicamente coerente con l’Ecologia della mente di Gregory Bateson.
Il nostro lavoro, che presenteremo al pubblico sabato 20 maggio 2023, si inserisce in un percorso di studio e ricerca che ci vede impegnati con tutto il gruppo di Agorà da anni e lo abbiamo definito come “un’impresa necessaria e inderogabile”.
Per poter meglio comprendere il significato di questa impresa occorre fare riferimento, sia pure brevemente e per sommi capi, ai processi di semplificazione e di ibridazione che si avviarono nel movimento sistemico relazionale fin dagli albori dell’approccio; e occorre, anche, fare riferimento al successivo processo di recupero della complessità e della coerenza epistemologica dell’approccio stesso.
Dalla nascita dell’approccio sistemico-relazionale alla nostra teoria
L’approccio nacque negli anni 50-60 del secolo scorso negli Stati Uniti d’America, da una vasta confluenza di idee, provenienti dalla teoria dei sistemi, dalla cibernetica, dagli studi sulla comunicazione, dagli studi sull’informazione e dall’ecologia della mente di Gregory Bateson, che non è un campo disciplinare fra gli altri, ma un pattern di idee di maggiore astrazione. Si tratta, infatti, di un’epistemologia, che riguarda, dunque, abitudini di percezione, di pensiero, di azione.
Fin dall’inizio il movimento di professionisti e studiosi che si riconoscevano nell’approccio si articolò in due diverse anime, quella della west coast (la costa occidentale, pacifica) e quella della east coast (la costa orientale, atlantica, con qualche propaggine fino in Inghilterra).
L’anima della west coast
Dalla parte del pacifico i professionisti e gli studiosi erano di varia provenienza, non erano tutti operatori della cura, c’erano anche ingegneri, cibernetici eccetera. Costoro avevano molto a cuore l’idea del superamento completo della psicoanalisi, leggevano i saggi di Bateson con interesse e ritenevano che fosse importante fare riferimento all’ecologia della mente in maniera compiuta e puntuale e non vaga e superficiale.
C’era, però, un problema: non disponevano di un numero sufficiente di teorie intermedie, capaci di collegare l’epistemologia e la clinica e di portare fin dentro le stanze di psicoterapia tutte le implicazioni del fare riferimento a un’epistemologia di tipo connettivo. Andarono dunque incontro, direi quasi necessariamente, a un processo di semplificazione, il cui effetto più importante fu quello di mettere bellamente fra parentesi l’intrapsichico e ignorarlo.
Lavorarono con gli individui, orientati al ‘qui e ora’ e proponendo interventi strategici e di breve durata. Per quanto avessero a cuore il tema della complessità, finirono per comportarsi come se adottare l’approccio significasse semplicemente adottare una certa metodologia dell’intervento. Certo, adottare l’approccio significa anche questo, ma significa soprattutto e prioritariamente fare riferimento a un’epistemologia di tipo connettivo.
L’anima della east coast
Sulla costa orientale degli Stati Uniti i professionisti erano più omogenei fra di loro: prevalentemente psichiatri, di formazione psicodinamica. Leggevano con interesse gli scritti di Bateson, ma non si consideravano sistemici né tantomeno puristi sistemici. Non avevano intenzione di superare completamente la psicoanalisi, anzi, in alcuni casi desideravano adottare un approccio psicodinamico anche con le coppie e con le famiglie.
Disponevano di teorie intermedie di collegamento fra l’epistemologia e la clinica e le utilizzavano, attribuendo importanza alla storia e all’intrapsichico. Si trattava, tuttavia, di teorie di matrice psicodinamica che, dunque, collegavano, sì, la clinica a un’epistemologia, ma non a un’epistemologia connettiva. Andarono quindi incontro a un processo di ibridazione dell’approccio.
Lavorarono prevalentemente con le famiglie, ma prestando attenzione anche agli individui. Finirono per comportarsi come se adottare l’approccio significasse semplicemente rivolgere l’intervento a una coppia o a una famiglia, invece che a un individuo, cambiando l’unità sociale cui l’intervento doveva essere rivolto. Certo, adottare l’approccio significa pure allargare la gamma delle unità sociali cui poter rivolgere l’intervento, ma significa soprattutto e prioritariamente fare riferimento a un’epistemologia di tipo connettivo.
Il recupero della complessità
All’inizio degli anni Settanta, con la diffusione della seconda cibernetica di Magoroh Maruyama, si avviò un lento processo di recupero della complessità e della coerenza dell’approccio. In virtù di questo processo, correttivo dei processi di semplificazione e di ibridazione, abbiamo assistito alla riconsiderazione, da parte di quanti si ispiravano all’anima occidentale del movimento, dell’idea di tempo irreversibile e all’attribuzione di importanza alla storia che ne è derivata; e abbiamo assistito, nel corso del tempo, alla connessa attribuzione di importanza a diversi ‘contenuti’ della scatola nera, quali l’emozione e la fantasia.
Facendo riferimento al paradigma della seconda cibernetica fu possibile distinguere i sistemi viventi da quelli non viventi; e considerare l’impossibilità, per quel che riguarda i sistemi viventi, del ritorno allo status quo ante: si può stare meglio di prima, ma non ‘come’ prima. Con la seconda cibernetica fu possibile pensare diversamente la funzione del sintomo, non attribuire importanza soltanto alla sua funzione morfostatica (di stabilità), ma, insieme, anche alla sua funzione morfogenetica (di cambiamento).
Introduzione dell’osservatore nel campo di osservazione
Un passaggio fondamentale di questo processo correttivo – che ha riguardato entrambe le anime del movimento, avvicinandole – è stato quello del recupero dell’introduzione dell’osservatore nel campo di osservazione, che ha contribuito, insieme, al processo di recupero della complessità e al processo di recupero della coerenza epistemologica. La diffusione dell’introduzione dell’osservatore nel campo di osservazione rappresentò, con le sue molteplici e importanti implicazioni cliniche, un acceleratore del più generale processo di recupero della complessità e della coerenza epistemologica dell’approccio.
Quel processo si è svolto in maniera regolare e costante nel corso degli ultimi due decenni del Novecento generando, tra i professionisti e gli studiosi, una diffusione via via sempre più capillare e consolidata dei fondamenti epistemologici dell’ecologia della mente e delle relative implicazioni cliniche. Si tratta di un processo che, nel nuovo secolo, non si è arrestato, che è ancora in corso e va generando le necessarie teorie intermedie capaci di collegare la matrice epistemologica alla pratica clinica e di rendere armoniosamente organiche l’epistemologia, le teorie e la pratica clinica. A questo processo, da oltre vent’anni, noi di Agorà cerchiamo di contribuire.
Elaborare una teoria dello sviluppo psichico: un’impresa necessaria e inderogabile
Per comprendere come siamo giunti a ritenere l’elaborazione di una teoria dello sviluppo psichico in chiave di ecologia della mente un’impresa necessaria e inderogabile bisogna cogliere questo lavoro come parte – parte forse importante – del più generale processo di recupero e di sviluppo della complessità e della coerenza epistemologica dell’approccio sistemico relazionale: un’impresa necessaria ai fini della realizzazione di un più compiuto collegamento fra la matrice epistemologica e la pratica clinica; un’impresa necessaria pure al fine, più ampio e generale, di contribuire all’affermazione di un’epistemologia connettiva, meno sbagliata, stupida e dannosa di quella dominante; un’impresa inderogabile, inoltre, in considerazione del persistere dei processi di semplificazione e di ibridazione dell’approccio che, continuando senza opportuni correttivi, potrebbero, a un certo punto, condurre allo smarrimento del carattere complesso ed elegante dell’approccio sistemico relazionale e, con esso, della sua stessa identità.

Lo sviluppo psichico al di là dell’età infantile
Trattandosi di una teoria ispirata a una matrice epistemologica connettiva, doveva essere necessariamente così: doveva essere relativa all’intero ciclo vitale di un individuo. L’ottava tesi della teoria asserisce, infatti, che lo sviluppo psichico è un processo autogenerativo, ma anche autodegenerativo e che riguarda, dunque, tutte le fasi della vita, dall’inizio alla fine.
Consideriamo, in via preliminare, che, in Ecologia della mente e sviluppo psichico, abbiamo sostenuto che il processo della vita, il processo mentale, il processo dello sviluppo e il processo storico sono, in effetti, il medesimo processo, denominato in maniera differente sulla base del punto di vista, dell’appartenenza disciplinare o dell’interesse di chi osserva e descrive per una certa connotazione del processo osservato e descritto. Non abbiamo proposto di considerare sinonime le espressioni ‘vita’, ‘processo mentale’ ‘processo di sviluppo’ e ‘processo storico’, ma di considerarle tutte riferite al medesimo processoe tuttavia capaci, ciascuna, di evidenziarne un aspetto.
Lo sviluppo psichico è un processo autogenerativo
Quando Bateson suggerisce che il fatto che le parti siano connesse come sono connesse all’interno di una storia è alla radice stessa di ciò che è l’essere vivi, sottolinea la costitutiva natura autogenerativa della connessione contestuale, ovvero della pertinenza, che si autogenera in termini di autonarrazione, che si autogenera connettendo livelli gerarchici diversi, il contesto che dà significato con l’elemento che riceve significato, il tutto con la parte e il prima con il dopo. Nel mondo biologico i livelli gerarchici non sono indipendenti e separati da barriere rispetto ai livelli superiori e inferiori, ma, al contrario, comunicano e interagiscono fra loro. Le entità biologiche contengono le descrizioni di sé stesse e le ricette del proprio sviluppo.
Anche considerando il ‘medesimo processo’ in termini di sviluppo psichico (oltre che di sviluppo più in generale) possiamo rilevare il fatto che l’autogenerazione è resa possibile dalla connessione contestuale, ovvero dalla pertinenza, e dall’intreccio di livelli fenomenici diversi secondo un sistema di gerarchie aggrovigliate.
Economia della flessibilità
Nel processo (nella storia) dello sviluppo psichico, ‘quel che viene prima’ è rappresentato dai potenziali non impegnati di cambiamento deuteroappresi, che si generano, nell’ambito di un’economia della flessibilità, in relazioni che li precedono. I potenziali non impegnati di cambiamento deuteroappresi – che sono istruzioni circa le relazioni da instaurare con ‘quel che viene dopo’, ovvero con quel che si incontra nel presente, istante per istante – a quel che viene dopo fanno da contesto e danno significato. In quanto deuteroappresi, i potenziali non impegnati di cambiamento sono abitudini di processo psichico che si autoconvalidano. Essi, pertanto, inducono a ricercare e a trovare in ‘quel che viene dopo’, nel presente, quel che ci si aspetta di trovare: qualcosa che sia parte del contesto che essi sono e che viene dunque cooptato e generato come parte di sé in un processo di autogenerazione.
Questo vuol dire che i potenziali non impegnati di cambiamento deuteroappresi, da forma disincarnata, da flessibilità disponibile che erano, nell’incontro con informazioni capaci di impegnarli si declinano in un processo in atto, incarnandosi, e finiscono, in questa maniera, per autogenerarsi e per rendere l’autogeneratività una caratteristica fondante e definitoria dello sviluppo psichico.
Lo sviluppo psichico è un processo autodegenerativo
Per comprendere la natura autogenerativa e insieme autodegenerativa del processo psichico ci siamo giovati dell’insegnamento di Gregory Bateson, che definisce il processo mentale e il complesso mente-corpo come: “entità totale, vivente, autocorrettrice e autodistruttrice” (Bateson, Bateson, 1987, p. 271). L’aspetto autodegenerativo del processo psichico è strettamente intrecciato con il suo aspetto autogenerativo.
Il progressivo accumularsi, nel tempo, di nuovi potenziali non impegnati di cambiamento deuteroappresi conduce a una ‘fuga’ il sistema dei potenziali non impegnati di cambiamento deuteroappresi: quest’ultimo va incontro a un progressivo irrigidimento dovuto al progressivo incremento di abitudini di processo psichico e al progressivo sacrificio di flessibilità che ne deriva.
Per quanto si tratti di una forma di apprendimento difficile e dolorosa, esiste, inoltre, un processo inverso rispetto a quello della formazione delle abitudini ovvero la distruzione di informazioni programmate rigidamente, che conduce a sua volta a una ‘fuga’ il sistema dei potenziali non impegnati di cambiamento deuteroappresi: quest’ultimo va incontro, in questo caso, a una progressiva deformazione dovuta al progressivo disfacimento di abitudini consolidate e affidabili di processo psichico.
Questi due processi rappresentano declinazioni diverse e complementari del più generale aspetto autodegenerativo del processo psichico: il primo porta alla ‘pietrificazione’ del sistema dei potenziali non impegnati di cambiamento deuteroappresi attraverso il progressivo incremento di coerenza e il progressivo decremento di apertura (e di cambiamento); il secondo porta alla ‘dissoluzione’ del sistema dei potenziali non impegnati di cambiamento deuteroappresi attraverso il progressivo incremento di apertura e il progressivo decremento di coerenza (e di stabilità).
Una forma aperta
‘Forma aperta’ è una descrizione paradigmatica assunta per facilitare la comunicazione intorno alla reciproca generazione di ordini diversi di ricorsività dei fenomeni creaturali. Crediamo che la nostra proposta rappresenti un’approssimazione migliore alla ‘verità’ di come funziona – possiamo supporre – l’interazione fra tali diversi ordini di ricorsività.
È un’espressione capace – come l’espressione ‘forma/processo’ – di riassumere in sé il carattere tautologico ed ecologico dei fenomeni creaturali; ma capace anche, a parer nostro, di ridurre al mimino possibile il rischio di indurre a pensare i fenomeni creaturali come discontinui.
Abbiamo dunque proposto che i processi creaturali che attraversano le interfacce fra ordini diversi di ricorsività dei fenomeni, che generano potenziali non impegnati di cambiamento e li impegnano in processi in atto e che generano e spendono flessibilità possano essere denominati forme aperte.
Le forme aperte sono vive e – come tutto quel che vive – hanno un funzionamento caratterizzato dall’equilibrio dinamico fra le retroazioni negative e le retroazioni positive. L’equilibrio dinamico fra i due tipi di retroazione – e dunque fra la coerenza e l’apertura – riguarda tutto il mondo del processo ‘mentale’. Ovvero tutto il ‘vivente’, inteso in senso lato. Le retroazioni negative assicurano il grado di coerenza necessario all’essere vivi; le retroazioni positive assicurano il grado di apertura necessario all’essere vivi. Senza la reciproca correzione fra le retroazioni negative e quelle positive o, in altri termini, fra la coerenza e l’apertura, i sistemi viventi andrebbero incontro alla morte. Morirebbero per pietrificazione. Ovvero per eccesso di coerenza (assenza di apertura e di cambiamento) o morirebbero per dissoluzione, ovvero per eccesso di apertura (assenza di coerenza e di stabilità).
Perché approfondire una teoria dello sviluppo
È importante perché tutto ciò che vive si sviluppa e perché uno psicoterapeuta – uno psicoterapeuta in generale, non solo uno psicoterapeuta sistemico relazionale – lavora con esseri viventi. Che, in quanto viventi, si sviluppano. Facendo riferimento a una teoria dello sviluppo uno psicoterapeuta previene il rischio di trascurare la storia e di percepire il suo paziente in maniera esclusivamente sincronica, nel ‘qui e ora’.
È altrettanto importante, per uno psicoterapeuta sistemico relazionale, approfondire e utilizzare una teoria dello sviluppo epistemologicamente coerente. Al fine di prevenire il rischio di ibridare il suo approccio clinico e di disperderne, in tal modo il carattere complesso ed elegante.
A quali altre figure professionali può risultare utile questa lettura?
Questo libro è stato concepito come testo rivolto ai clinici, al servizio dei clinici, per fondarne e facilitarne l’attività professionale. Ci siamo resi conto tuttavia, durante il processo della sua elaborazione, che la gamma dei suoi possibili fruitori è decisamente più ampia. Lo ha sottolineato molto bene Laura Formenti nella sua bellissima prefazione:
“Mi permetto qui di allargare i possibili fruitori di questo testo a chi, non essendo psicoterapeuta, ricerca una pratica di cura ecologica, coerente con gli insegnamenti di Bateson”.
Si riferisce, Laura Formenti, a tutte le categorie di professionisti e studiosi che forma da anni: educatori, pedagogisti, consulenti, filosofi, psicoanalisti e insegnanti. A tutti costoro, come – peraltro – a tutti gli altri professionisti e studiosi che si occupano di organismi e sistemi viventi, può risultare utile la lettura di questo testo.
Iscriviti al seminario
Per approfondire:
Per approfondire puoi acquistare il libro Ecologia della mente e sviluppo psichico. La forma aperta, edito da Mimesis Edizioni.
Puoi iscriverti al seminario, che si terrà il 20 maggio 2023, presso la sede di Agorà, a Napoli.
Puoi continuare a seguirci, anche sulla Pagina FB di Agorà.
Bibliografia
Bateson G., Bateson M.C. (1987), Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano, 1989.
Madonna G., Piccolo M., Ecologia della mente e sviluppo psichico. La forma aperta, Mimesis Edizioni, 2023.
Maruyama M., The second cybernetics: deviation-amplifying mutual casual processes, in Buckley W. (a cura di), Modern systems research for the behavioral scientist, Aldine, Chicago, 1968.